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L'arte elementare Negli anni '70 Remo Bianco apre la sua ricerca al campo dei valori semantici della creatività infantile. Attratto dalla ricchezza del linguaggio fantastico del bambino che si traduce in una instancabile attività creativa e poetica insieme, di scarso contenuto realistico, proiettata nell'universo dell'immaginario, Bianco si sente sollecitato a realizzare un ciclo di opere che prenderà il nome di "arte elementare". Il disagio esistenziale dell'artista nei confronti di una società capace di imbrigliare la forza creativa dell'individuo fin dall'infanzia, per costringerla entro schemi di espressione e di comportamento solidali solo a se stessa, viene questa volta ad esprimersi nella "ricostruzione" di un linguaggio che fa propri i temi delle figurazioni infantili, costretti entro il rigore geometrico della struttura compositiva ed il nitore di una campitura piatta e densa che ne delimita nettamente le forme. La denuncia dei meccanismi di condizionamento spesso violenti che la società impone all'individuo nelle sue diverse fasi evolutive avviene, questa volta, attraverso l'esasperata iterazione di immagini, tradotte in un repertorio codificato, simbolo di una condizione infantile già regolamentata nel suo esprimersi poetico e creativo. Ma il discorso di Bianco supera evidentemente il piano dell'analisi strettamente linguistica dell'espressione artistica infantile per estendersi allo smascheramento dei condizionamenti cui la società sottopone ogni individuo. L'infanzia diventa dunque l'emblema di una condizione umana tutt'altro che libera e ben lontana ormai dall'essere mitico regno dell'immaginario. (G. Belli, A. Marchionne, Remo Bianco, ed. Puntoelinea, Milano, 1987) |
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